
C’è una domanda semplice, quasi banale, che raramente ci facciamo quando pensiamo ai nostri genitori anziani. Non riguarda la salute, non riguarda l’autonomia, non riguarda le medicine o gli appuntamenti medici.
Riguarda il ridere.
Tuo padre ride ancora? E se sì — con chi?
Non la risata educata di chi segue un programma televisivo. Non il sorriso di circostanza quando chiami e chiedi come sta. Parliamo di quella risata vera, spontanea, che viene da dentro — quella che arriva quando sei con qualcuno che ti conosce, che capisce le tue battute, che condivide il tuo senso dell’umorismo senza bisogno di spiegazioni.
Quella risata lì. Quando è stata l’ultima volta?
Per molti uomini della sua generazione, la risposta è scomoda. Perché quella risata era legata a contesti che non esistono più. I colleghi con cui si andava a pranzo. Gli amici con cui si giocava a carte il venerdì sera. Il gruppo con cui si seguiva la squadra del cuore. Contesti sociali che il tempo ha eroso, uno alla volta, senza che nessuno se ne accorgesse davvero.
E senza quei contesti, quella risata è diventata sempre più rara.
Non è una piccola cosa. Il ridere insieme è uno degli atti più profondi che gli esseri umani condividono. È il segnale che ci si sente al sicuro, compresi, parte di qualcosa. È il termometro della qualità di una relazione — e, più in grande, della qualità di una vita.
Un uomo che non ride più, o che ride sempre meno, non sta semplicemente diventando più serio con l’età. Sta perdendo qualcosa di essenziale.
A Villa Ca’ Lazzaroni una delle cose che ci colpisce di più, ogni giorno, è il rumore. Non il silenzio che ci si aspetterebbe — ma le voci, le discussioni, le risate che arrivano dalla sala comune, dal giardino, dal corridoio.
Uomini che si punzecchiano, che discutono di calcio, che si raccontano storie che hanno già raccontato mille volte — e che fanno ridere lo stesso.
Tuo padre merita quel rumore intorno.

