Quando l’abitudine diventa una prigione

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Le abitudini ci rassicurano. Ci danno la sensazione che tutto sia sotto controllo, che il mondo sia prevedibile, che non ci siano sorprese sgradite dietro l’angolo. E per questo le difendiamo — anche quando non ci fanno più bene.

Tua madre sveglia alle sette. Caffè, telegiornale, qualche faccenda di casa. Pranzo alle dodici e mezza. Un po’ di televisione nel pomeriggio. Cena leggera. Letto presto.

Una routine precisa, ordinata, apparentemente funzionante.

Ma prova a chiederti: dentro quella routine, quante volte ride? Quante volte si sorprende? Quante volte torna a casa — o si alza dalla sedia — con la sensazione di aver vissuto qualcosa che valeva la pena vivere?

Le abitudini sono utili quando sono il contenitore di una vita piena. Diventano una prigione quando sono tutto quello che resta.

Il paradosso è che spesso siamo noi, con le migliori intenzioni, a rinforzare quella prigione. Non vogliamo stravolgere le sue abitudini. Non vogliamo destabilizzarla. Non vogliamo toglierle le certezze. E così la lasciamo nella sua routine — sempre uguale, sempre sola, sempre un po’ più piccola.

Ma le certezze non bastano a riempire una giornata. E una giornata vuota, moltiplicata per trecentosessantacinque, diventa qualcosa di molto pesante da portare.

Quello di cui ha bisogno non è stravolgere tutto. Ha bisogno che dentro la sua giornata entri qualcosa di nuovo — una persona, un’attività, una conversazione inaspettata. Qualcosa che rompa il ritmo dell’uguale e ricordi che la vita, ancora adesso, può riservare sorprese piacevoli.

A Villa Ca’ Lazzaroni lavoriamo esattamente su questo. Non cancelliamo le abitudini delle persone — le arricchiamo. Aggiungiamo persone, stimoli, momenti che non erano previsti e che diventano, nel tempo, i più attesi.

Perché la sicurezza è importante. Ma la vita vera ha bisogno anche di qualcosa che non sapevi di volere — e che invece, quando arriva, ti accorgi che mancava da troppo tempo.

 

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